Introduzione

Posted on Mar 9, 2015


Oggi potrebbe essere un lunedì come tanti altri e diciamocelo in realtà lo è, anzi, è anche iniziato nel peggiore dei modi visto che ho dovuto rincorrere il treno; quest’ultimo, nella sua infinità bontà, ha deciso di arrivare in stazione con diversi minuti di anticipo costringendomi ad una corsa assurda per riuscire a prenderlo.

Ma non è questo il motivo di questa pagina di diario, no. Il motivo va ricercato nella giornata di sabato 7 marzo, giorno in cui mia moglie ed io abbiamo preso una decisione: tornare in Giappone.

Nakano, Tokyo, Giappone (2008)

Nakano, Tokyo, Giappone (2008)

Prima di approfondire l’argomento è necessario fare un passo indietro fino alla fine del 2007. Elisa ed io abbiamo sempre condiviso la passione per il Giappone e tutto ciò che lo circonda. La sua cultura, i suoi luoghi incantati e le sue leggende incredibili hanno sempre fatto da sfondo ai nostri sogni. Anime e manga riempivano le nostre giornate ed è stato proprio ad una fiera del fumetto che ci siamo incontrati. Ciò non toglie che l’idea di andare in Giappone di persona, in carne, ossa, spirito e curiosità, era forse distante da ogni nostro pensiero cosciente. Nei nostri sogni era sempre lì, presente a se stesso, con la sua assurda commistione di tecnologia e tradizione, di futuro e passato chiusi nello stesso striminzito lembo di terra emerso, buttato lì nell’oceano pacifico a pochi passi da un’Asia così distante e diversa. La realtà però era ben diversa, “il viaggio costa tanto” ci ripetevamo, “il costo della vita sarà elevatissimo” pensavamo, “comunicare sarà impossibile” dicevamo e quindi il Giappone se ne restava lì, tronfio e felice della sua magnificenza e lontano da ogni nostra mira e idea di viaggio.

Poi un giorno tutto cambiò, nel più frettoloso e disordinato dei modi (due cose che mal tollero, onestamente), ma tant’è che quando il destino chiama, bisogna rispondere all’appello. In questo caso si presentò sotto forma di un biglietto, per essere precisi un biglietto aereo di andata e ritorno che mia moglie ricevette in dono dal padre. Un biglietto per il paese dei balocchi, non potevamo tirarci indietro.

Il biglietto era solo per mia moglie, non comprendeva nessun pernottamento, era solo il volo, per di più preso per uno dei periodi peggiori dell’anno, in quanto coincideva con la breve ma pur sempre rognosa stagione delle piogge giapponese. Però era sempre un biglietto, ed era regalato, quindi il costo complessivo di un viaggio nella terra del sol levante non era più così impossibile e inaccessibile. Per la prima volta iniziammo a pensare al viaggio con serietà, come fosse una possibilità, cavolo, quasi un dovere.

Il piccolo organizzatore folle dentro di me si mise in moto come un orologio svizzero e gli ingranaggi della pianificazione iniziarono a roteare con tutta la loro efficienza. Si, adoro organizzare, quasi più che viaggiare, ed è un aspetto di me di cui, come si può facilmente intuire, vado estremamente fiero. Ciononostante l’impresa non era facile, il viaggio doveva essere organizzato per l’estate dell’anno successivo: il luglio del 2008. Ci serviva un volo per me che coincidesse con quello di mia moglie, ma soprattutto avevamo bisogno di entrare nella mentalità giapponese per capire come funzionavano alberghi, mezzi e ristoranti, il tutto in una manciata di mesi.

Qualcuno potrebbe dire che ci saremmo potuti affidare ad un’agenzia, ma a quel punto dove stava il divertimento? E poi a conti fatti abbiamo speso molto di meno di quanto avremmo dovuto sborsare mettendo tutto in mano ad uno sconosciuto che da noi avrebbe dovuto cavare un profitto.
Riassumendo: la vacanza fu un successo, e probabilmente nel corso di questo diario riporterò stralci sia della fase organizzativa che del viaggio vero e proprio. Ci divertimmo e assaporammo il piacere di essere in quella terrà così lontana dalla nostra cultura ma così vicina ai nostri cuori. Ci divertimmo così tanto che due anni dopo decidemmo di ripartire, questa volta non da soli, ma con due nostri cari amici.

Il secondo viaggio fu divertente, ma in pratica percorremmo lo stesso identico itinerario del primo viaggio e questo ci lasciò un po’ di amaro in bocca, almeno a me personalmente. Durante tutto il tempo trascorso lì non mi sentivo più parte di quel mondo, non mi sentivo più attratto né pervaso da quel senso di meraviglia che fu come una droga durante il primo viaggio. Mi sentivo poco più di una guida turistica.

La cosa mi depresse alquanto, ci stetti veramente male. Sembrerà stupido, ma per me fu come perdere un vecchio amico d’infanzia, ci guardavamo e non ci conoscevamo più, ormai cresciuti e diretti su due strade distinte che mai più si sarebbero intersecate. Ma allora cos’è cambiato? Cosa mi ha fatto tornare sui miei passi? La risposta è tanto semplice quanto complicata, perché tutto è cambiato per via di una foto.

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