La foto

Posted on Mar 16, 2015


Ultimamente sembra che tutte le persone che conosco non facciano altro che parlare di Giappone: c’è chi ci vorrebbe tanto andare, chi ci è appena stato e chi è in procinto di partire. Ovunque vada incontro persone che mi raccontano aneddoti, storie e desideri. Tutti hanno qualcosa da dire e con tutti ho il piacere di scambiare memorie e racconti. Ciononostante l’idea di un nuovo viaggio non mi aveva ancora minimamente sfiorato; come dicevo è stata una fotografia a farmi cambiare idea.

La foto della discordia...

La foto della discordia…

Questa foto ritrae una veduta del tempio Ginkakuji a Kyoto scattata durante il viaggio del 2010. La stampai su un pannello in forex 50cm x 30cm, in occasione di una mostra dal titolo Memorie d’Oriente che tenni durante la Fiera del Libro di Morlupo nel 2011. Terminata la mostra, molte delle foto che stampai le appesi in giro per casa. Questa, in particolare, campeggia sopra la mia scrivania da un paio d’anni; ma perché è così importante? Perché racconta una storia.

Quando iniziammo ad organizzare il primo viaggio in Giappone, decisi di investire qualche soldo nell’acquisto di una fotocamera reflex digitale. Non è che fossi un grande esperto di fotografia anzi, non ne capivo ancora granché, però per qualche ragione mi convinsi che per un viaggio del genere fosse necessaria una macchina fotografica degna di questo nome. Ricordo ancora il giorno in cui arrivò a casa, quando l’emozione si trasformò in delusione nel momento in cui mi resi conto che non sapevo neanche farla funzionare. All’inizio pensavo fosse rotta perché, nonostante fosse accesa, sullo schermo non compariva nulla se non qualche pixel grigio scuro. A quei tempi non sapevo neanche cosa fosse l’esposizione, figuriamoci se sapevo come regolarla. Comunque la mia testardaggine mi spinse ad imparare i rudimenti e, una volta partito, ero almeno in grado di scattare qualche foto (anche se non sempre con i risultati sperati). Al secondo viaggio me la cavai meglio; avevo appreso le regole di composizione e sapevo giocare con luce e profondità di campo. Ma c’era una cosa che proprio non sapevo fare: la post produzione.

Il giorno in cui scattai questa foto avevamo in programma di andare a visitare il Kinkakuji, un tempio di cui sicuramente molti hanno sentito parlare poichè è uno dei simboli di Kyoto ed è famoso in tutto il mondo per il suo essere ricoperto d’oro (da cui il nome, kin, che in giapponese significa oro). Sta di fatto che, per una evidente incomprensione con l’addetto dell’ufficio informazioni alla stazione degli autobus, finimmo al Ginkakuji. Evidentemente la mia pronuncia della k assomigliava molto ad una g, ma quando ci rendemmo conto dell’errore eravamo già fuori città e quello era il nostro ultimo giorno a Kyoto. Inutile dire che fui molto deluso, principalmente perché in due viaggi ancora non ero riuscito a vedere quel benedetto tempio d’oro, e poi perché pensavo di aver deluso i miei compagni di viaggio.

Tutto passò quando arrivammo sul sito, il tempio d’argento (gin significa argento) era semplicemente stupendo e il giardino circostante era una delle cose più belle che io avessi mai visto. Questa è la storia che mi racconta quella foto: il Giappone nasconde in bella vista incredibili bellezze che vanno oltre ogni sfrenata fantasia. Eppure io questa storia non riuscivo a sentirla. Passavo tutti i giorni davanti alla foto appesa davanti alla mia scrivania e l’unica cosa che riuscivo a vedere erano i suoi difetti.

Al tempo non avevo la più pallida idea di come si sistemasse una foto. Sapevo correggere luminosità e contrasto, ma non sapevo cosa fosse il bilanciamento del bianco, non sapevo come correggere le distorsioni dovute alle lenti dell’obiettivo e non avevo mai sentito il termine aberrazione cromatica. Inoltre, per peggiorare le cose, avevo pasticciato con un programma per creare una specie di finto HDR. L’High Dynamic Range, quello vero, si ottiene scattando tre pose dello stesso soggetto, la prima sottoesposta, la seconda sovraesposta e la terza esposta correttamente. Unendo le tre foto si ottiene un’immagine in cui le parti in ombra risultano ben visibili e quelle illuminate non sono bruciate. Quello che ho ottenuto io è semplicemente una foto fasulla dai toni pastello e con evidenti problemi nei contorni delle forme, che risultano come circondati da un alone blu o rosso (che poi sarebbe la famosa aberrazione cromatica).

Durante la mostra ricevetti molti complimenti per la foto, sembrava che io fossi l’unico a notarne i difetti; ad oggi è una delle foto preferite di mia moglie, e anche a me non dispiace anche se non mi sentivo particolarmente legato ad essa. Durante l’ultimo fine settimana però, in un momento di noia, decisi di riprendere qualche vecchia foto per provare a sistemarla con la mia sensibilità attuale, limitandomi a correggere errori ed evidenziare pregi, senza ricorrere a trucchetti come l’HDR fasullo di cui sopra.

Quale migliore soggetto con cui cominciare se non la foto che da anni mi fissa da sopra lo schermo del mio computer? Fortunatamente avevo ancora l’originale in formato raw (non compresso e senza filtri applicati dal processore della fotocamera), così mi misi a lavorare. Mi impegnai a sistemare ogni difetto come se lo stessi facendo per un importantissimo lavoro e provai e riprovai finché non fui soddisfatto del risultato.

Una volta finito la guardai per un po’ e non aveva più nulla di artistico; la composizione era comunque bella, i colori erano reali e i contorni ben definiti, ma non c’erano più quegli effetti pittorici che tanto piacevano a mia moglie e ai miei amici. In quel momento la foto scomparve e fu sostituita dalla storia che c’era dietro. Non stavo più guardando un’immagine, ero di nuovo lì a vivere quello splendido momento e il Giappone era tornato ad essere reale e a portata di mano. Era giunta l’ora di partire di nuovo!

Ginkakuji, Kyoto, Giappone (2010)

Ginkakuji, Kyoto, Giappone (2010)

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